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3 agosto metodi per diventare santi |

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Un cammino di santità e martirio cominciato fuori porta Sant’Anna e concluso sotto i colpi della persecuzione religiosa in Spagna Aurora del 4 febbraio 1910. Un umile sacerdote esce dalla piccola canonica della chiesa di Sant’Anna dei Palafrenieri al Vaticano per iniziare una delle sue giornate, piene di inesausta fatica intrecciata ad incessante preghiera. Le chiese sono ancora chiuse, le vie deserte; l’aria frizzante scuote dal residuo torpore della notte. Di buon passo, s’incammina verso la stazione e giunge, mentre il chiarore del giorno va diffondendosi, al Corso Vittorio Emanuele, presso la fontana a navicella, al lato della via. Quel prete del Nord mira d’intorno, mai sazio, affascinato della grandezza cristiana di Roma, motivo di sentimenti e preghiere sincere. Davanti alla Chiesa Nuova, china il capo, effondendo una invocazione al suo caro San Filippo Neri, “Pippo bono”, come anche lui è solito chiamarlo. L’occhio si porta alto a contemplare sfuggevole la magnifica facciata ideata dal Rughesi. Ginocchioni e quasi ricurvo sul gradino, davanti all’uscio ancor chiuso, c’è una massa nera, sta immobile. Una figura in atteggiamento assorto e quasi rapito. Don Orione – era lui quel prete – si sente spinto ad accostarsi; ha l’impressione sia un sacerdote: le mani giunte ed una profonda pietà lo fanno credere… E’ di statura superiore alla media; l’abito e il cappello sono puliti, ma poverissimi e stinti. Eppure c’è qualche cosa in lui che dice candore e fermezza di volontà nel bene. “Chi siete?”, domanda Don Orione. “Sono un figlio della Divina Provvidenza!”, risponde il sacerdote. “Anch’io lo sono! Allora mi appartenete un poco, sorride Don Orione. Io ho una Congregazione i cui membri si chiamano Figli della Divina Provvidenza”. Lo sconosciuto si leva. I due sacerdoti si guardano negli occhi: il sorriso di Don Orione trae, come esca, il sorriso dell’altro. L’amicizia è fatta. Si accompagnano tranquillamente nella via ancora silenziosa, attratti da immediata reciproca simpatia. Accelerano il passo perché è tardi per Don Orione, che non può permettersi di perdere il treno: tante cose lo attendono. Mentre parlano, una superiore attrazione getta nel cuore dello sconosciuto tanta sicurezza e fiducia. Si scioglie in confidenza. E’ spagnolo, sacerdote. E’ venuto a piedi da Valencia, in pellegrinaggio di penitenza, per implorare da Dio che gli mostri la strada che deve seguire: ha bisogno di tanta luce interiore… Sino ad oggi non ha fatto che vagare, inseguendo un suo grande sogno d’amore, di evangelizzazione, di santità. “Vai alla Chiesa di Sant’Anna, presentati a nome mio, e aspettami”, conclude Don Orione. Iddio ci ispirerà, e la Santa Madonna ci condurrà per mano!” Così il Padre Riccardo Gil entrò nell’orbita di Don Orione; e, attuando poi quanto aveva scherzosamente e profeticamente affermato nella fredda mattina di quel febbraio, diventò un Figlio della Divina Provvidenza. La storia di uno dei tanti sacerdoti, eroici testimoni della fede e martiri durante la persecuzione religiosa in Spagna nel 1936, inizia così, alle porte del Vaticano. Padre Ricardo Gil Barcelón era nato a Manzanera, in Spagna, il 27 ottobre 1873, da una famiglia nobile e modestamente agiata. Brillante negli studi come nella musica, godeva della vita brillante: cavalli, intrattenimenti, liete brigate, miti giovanili. Tornò alla casa paterna malcontento di sé, stanco di un mondo del quale aveva appena intravisto la superficialità e assaggiato la vanità. Prese quasi come un atto liberatorio la chiamata al servizio militare nell’artiglieria dell’esercito spagnolo impegnato nelle Filippine nella lotta sia contro i ribelli di Mindanao e sia contro l’avanzata dell’impero statunitense. In un momento di grave rischio, pregò la Madonna; l’inspiegabile scampato pericolo gli fece pensare al Cielo. Nel circolo dei militari, per divertire, si mise a suonare la chitarra e a cantare; non vollero più che le sue mani maneggiassero armi, ma solo strumenti musicali. Lui, inquieto, cominciò a congiungerle in preghiera. Entrò dai Domenicani, frequentò la Pontificia Università di Manila suscitando ammirazione. Divenne sacerdote nel 1904, con l’avvenire assicurato: vice-bibliotecario dell’università e cappellano della cattedrale. Mancava però sempre qualcosa alla sua pace. E tornò in Spagna. Di lì, mosse verso l’Italia, a piedi, elemosinando, aiutando i poveri e visitando i più venerati luoghi di santi e di santuari. La Divina Provvidenza gli aveva dato appuntamento, quel mattino del 4 febbraio 1910, con Don Orione. Fu per qualche tempo nella comunità degli Orionini che officiavano a Sant’Anna dei Palafrenieri in Vaticano; incontrò Pio X. Aveva capito la fonte della sua inquietudine: la santità e la carità. Fu con Don Orione a Messina, al tempo della ricostruzione della città dopo il disastroso terremoto, e poi, per 10 anni, a Cassano Ionio, in Calabria, custode del santuario della Madonna della Catena e di un gruppetto di orfanelli lì raccolti. Dal 1923 al 1927, a Roma, divise il suo tempo tra la Colonia agricola “Santa Maria”, a Monte Mario, e la popolosa parrocchia di Ognissanti, fuori Porta San Giovanni. Tornato a Cassano Ionio per un breve tempo, dovette assaggiare il calice amaro di una terribile calunnia cui fece seguito un mese di carcere. Vedendone la tempra del pioniere, nel 1930, Don Orione inviò Padre Riccardo Gil in Spagna con il mandato di aprirvi un avamposto della sua giovane Congregazione. Incominciò in estrema povertà, all’orionina: vangelo, opere di carità e tanta fiducia nella Divina Provvidenza. Per la Spagna erano gli anni cupi dei terribili disordini sociali e della persecuzione religiosa. Quando, nel luglio 1936, la bufera anarchica e comunista squassò quelle regioni portandovi desolazione e morte, Padre Gil fu rispettato fino all’ultimo perché si occupava dei poveracci. Due volte, i miliziani andarono alla sua casa per eliminarlo come tanti altri. Due volte si interpose la gente del vicinato, dicendo: “E’ buono, aiuta i poveri, i nostri figli mangiano perché c’è lui!”. La terza volta, il 3 agosto, chiusero l’argomento: “Sono proprio quelli buoni che cerchiamo noi!”. Un giovane aspirante, Antonio Arrué Peiró, ritornando in casa vide il camion su cui stavano facendo salire il Padre. Non esitò un attimo, gli corse incontro e volle rimanere con lui. Furono portati insieme al Saler di Valencia. Fucilarono il Padre Gil, il quale alla proposta blasfema di gridare “Viva l’Anarchia” preferì professare “Viva Cristo Re”. Antonio – secondo il racconto di una guardia – al vedere cadere il Padre, gli balzò accanto per sorreggerlo. Le guardie comuniste gli fracassarono il cranio con il calcio del fucile. Assieme a qualche centinaio di preti, suore e laici, rappresentanti di ben più grande schiera, questi due testimoni sono incamminati verso gli onori degli altari. “Undici vescovi, sedicimila sacerdoti assassinati e nemmeno un apostata. Oh, potessi anch’io, come te, gridare a squarciagola la mia testimonianza nello splendore del meriggio! Dicevano che dormivi, sorella Spagna, ma dormivi come chi finge il sonno. Ed ecco ad un tratto l’interrogazione, ed ecco di colpo quei sedicimila martiri. ‘Da dove mi vengono tanti figli?’, esclama colei che supponevano sterile”. (dal poemetto di Paul Claudel, Martiri cristiani in terra di Spagna)
Flavio Peloso |

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Padre Ricardo Gil Barcelón Antonio Arrué Peiró |
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Padre Ricardo Gil Barcelon |
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Antonio Arruè Peirò |