Casella di testo: 23  giugno         metodi per diventare santi
Casella di testo: Per andare in Paradiso non bastano le parole, i sospiri, le lacrime; 
ma bisogna avere radunato delle opere.  (San Giuseppe Cafasso)

San Giuseppe Cafasso

 

Sacerdote

 

nato a Castelnuovo d’Asti, 1811

morto a Torino, 23 giugno 1860

              Il prete della forca.

Torino, 1838. Un uomo sta per essere accompagnato al patibolo dove sarà giustiziato mediante impiccagione.

Si tratta di Domenico Becchio, detto il Dragone, membro di una banda che ha sparso terrore e distruzione in tutto il Piemonte con audaci rapine a mano armata e incendi di cascinali. Il carro procede lentamente per le vie della città, tra due ali di folla: il condannato ha il collo fissato con un laccio e le mani legate. Davanti, i confratelli della Misericordia hanno già intonato il Miserere, mentre i lenti rintocchi di una campana cadenzano il corteo di morte. Sul carro, vicino al colpevole, siede un giovane sacerdote: è piccolo di statura e quasi piegato in due.
Parla al condannato, lo assolve, prega con lui e per lui. Giunti al patibolo, prima che il Priore della Misericordia bendi gli occhi al condannato, il sacerdote, lì vicino, ripete l’assoluzione e porge un Crocifisso da baciare. La scena è straziante e tragicamente solenne. L’uomo obbedisce silenzioso: è l’ultimo gesto di una vita disperata che si chiude nella pace e nella riconciliazione con Dio. Quel sacerdote è Don Giuseppe Cafasso: a Torino è conosciuto come “il prete della forca” per via di quel ministero così singolare. A vederlo è un pretino fragile e malaticcio, quasi insignificante, “una mezza creatura”, come egli stesso argutamente si definisce, alludendo alla sua schiena curvata e ingobbita fin dall’infanzia per una deformazione vertebrale. Questa “mezza creatura” era nata a Castelnuovo d’Asti il 15 gennaio 1811. Cresce in una famiglia contadina di intensa vita cristiana alla quale il piccolo Giuseppe corrisponde con serietà e impegno, nonostante la debole costituzione fisica e il rachitismo che lentamente sta deformando il suo corpo. A scuola c’è anche chi si diverte a prenderlo in giro per via di quel difetto. Ma il fragile corpo nasconde una volontà tenace e una grande forza interiore che fra poco si imporranno in una straordinaria fioritura. Entra nel seminario di Chieri dove si distingue come migliore studente del suo corso. Nel 1833 è ordinato sacerdote, con una dispensa speciale dell’autorità ecclesiastica, non avendo ancora raggiunto l’età canonica. Due mesi dopo l’ordinazione si reca a Torino per completare la sua formazione culturale in teologia morale. Sceglie il Convitto ecclesiastico tenuto dal teologo Don Luigi Guala, presso la chiesa di S. Francesco d’Assisi. Qui, ben presto, le sue doti cominciano a farsi notare. E tutti si accorgono di lui. Entrato come allievo, Don Cafasso non va più via, diventando insegnante di morale, direttore spirituale e infine, alla morte di Don Guala, rettore dello stesso Convitto. Dimostra di essere un insegnante nato; non si accontenta di fornire nozioni: vuole formare la mente e il cuore degli studenti. Durante le lezioni di morale combatte lo spirito e il freddo rigorismo giansenistico che scoraggia molti. Ai giovani sacerdoti insegna che è necessario incarnare la fede, offrendo comprensione agli incerti, luce ai disorientati. Tra i numerosi allievi c’è anche un suo compaesano, un certo Giovanni Bosco, il quale, divenuto fondatore del celebre oratorio torinese di Valdocco, scriverà di lui: “Don Cafasso è stato la mia guida, il mio direttore spirituale, e se ho fatto qualcosa di bene lo debbo a questo degno ecclesiastico, nelle cui mani riposi ogni mia deliberazione, ogni studio, ogni azione della mia vita”. La sua attività non si limita alle lezioni e agli studenti. Resta in confessionale per ore e ore, assediato da una folla di penitenti, di dubbiosi, talvolta di provocatori. Tra i suoi penitenti si incontrano autorità ecclesiastiche e personaggi politici del Parlamento nazionale. E’ ugualmente stimato come predicatore. Parla ai fedeli in occasione delle missioni popolari e ai sacerdoti durante alcuni seguitissimi corsi di esercizi spirituali. Per la sua grande capacità di ascolto e per la sua saggezza diventa il consigliere e l’ispiratore del clero piemontese. Di tutte le sue attività quella che più colpisce l’opinione pubblica è il suo apostolato tra i carcerati. Don Cafasso riesce a dedicare a questa missione un tempo e un’attività prodigiosa. Con il permesso ottenuto dall’autorità governativa egli può entrare liberamente, a qualunque ora, sia nelle carceri maschili che in quelle femminili. Per tutti diventa confidente, amico e consolatore. Un giorno si avvicina alla cella di alcuni carcerati e confida loro: “Qui mi trovo nel mio elemento. Qui non ho più nessun fastidio. Una cosa sola desidero ancora, e sarebbe di avervi anch’io una stanza, per restare anche di notte con voi”. Con rude, ma sincera riconoscenza, alcuni lo assicurano: “Signor Cafasso, se viaggiando fosse aggredito, non ha che da dire: “Sono Don Cafasso”, e sarà rispettato e fatto rispettare”. È particolarmente sensibile nei confronti dei condannati a morte, tanto da meritarsi l’originale titolo di “prete della forca”. Riesce ad assolvere tutti i sessantotto condannati a morte da lui assistiti, qualcuno addirittura in extremis, sul carro, lungo il tragitto che, dal carcere, conduce al patibolo. E’ così convinto della loro salvezza, ottenuta per intercessione della Madonna, che li chiama “i miei santi impiccati”. Le fatiche, la fragile salute, le penitenze esercitate di nascosto, accelerano la sua fine. Muore il 23 giugno del 1860, dopo pochi giorni di malattia. Ha soltanto quarantanove anni. Alla notizia della sua morte molti accorrono al capezzale: qualcuno tagliuzza i suoi abiti in cerca di reliquie, altri toccano il suo corpo con oggetti. Tra i presenti c’è anche Don Giovanni Bosco: lo si vede piangere a lungo. Nel corso di una messa di suffragio egli ricorderà il suo antico maestro con uno straordinario elogio, definendolo “modello di vita sacerdotale, il padre dei poveri, il consigliere dei dubbiosi, il consolatore degli infermi, il conforto degli agonizzanti, il sollievo dei carcerati, la salute dei condannati al patibolo, l’amico di tutti, il grande benefattore dell’umanità”. Quando Don Giuseppe Cafasso accompagnò al patibolo il famoso generale Gerolamo Ramorino, accusato di alto tradimento, gli chiese che, prima di morire, rivolgesse alla folla un discorso per mostrare di aver vinto ogni rispetto umano nel riconciliarsi con Dio. Il generale, inebetito per il tragico momento, rispose che non sapeva e non riusciva a pronunciare parole. Allora il santo gli mise in mano il Crocifisso e, invitandolo a baciarlo davanti a tutti, esclamò: “Questo sarà il suo più bel discorso!”. Così avvenne. La salvezza in articulo mortis, strappata dal patrono dei carcerati, il santo dei condannati a morte.

Alessandro Belano fdp su “Don Orione Oggi” - giugno 2005

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