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R
(45)
Raboszuk
Eugeniusz
Rachota
Czeslaw
Radaelli
Enrico
Raffa
Bruno
Raffa
Vincenzo
Ramognini Bartolomeo
Ranpin
Igino
Rapsiewicz
Andrezej
Rastelli
Ennio
Ratajek
Jozef
Ravera
Carlo
Re
Andrea
Re Luigi Francesco
Re
Vincenzo
Rebora
Nicola
Remis
Pinera Martino
Renaudo
Pietro
Renzini
Alfredo
Riondato
Luigi
Ripepi
Domenico
Risi
Giuseppe
Risi
Roberto
Riva
Alfredo Enrico
Riva
Angelo
Rizza
Corrado
Rizzi
Gino
Rizzo
Antonio
Rocca
Gaspare
Rodler
Augusto
Rodriguez Gonzalez Jesus
Rodriguez Pastrana Juan A.
Roggia
Tommaso
Rosato
Nicolas
Rosin
Giuseppe
Rossi
Bernardo
Rossi
Nerino
Rossi
Oreste
Rossi
Valerio
Roszak
Taddeo
Rubinelli
Giovanni
Ruggeri
Antonio
Ruggeri
Attilio
Ruggeri
Pasquale
Ruiz Calleja German
Russo
Michele
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Sac. Roberto Risi
da
Staghiglione (Pavia), morto a Roma il 24 marzo 1965, a 87 anni di età, 61 di
Professione e 64 di Sacerdozio.
da:"Luci della
costellazione di Don Orione" di Don Alessandro Filippi e Don Giovanni
Venturelli:
Don Roberto Risi - 1877 1965
(dalle stampe dell'Opera)
Don Roberto Risi nell'attaccamento a Don Orione il
"primissimo" Nato a Staghiglione (Provincia di Pavia, diocesi di
Tortona) il 12 luglio 1877 è piamente passato al Signore in Roma il 24 marzo
1965 alle 14, ai primi vespri dell'Annunciazione di Maria SS.ma.
Fu il primo ad unirsi ancor seminarista al chierico
Luigi Orione, che aveva fondato a Tortona l'Oratorio (1892) e il primo
Collegio (1893). Era il 14 maggio 1895, quand'egli si affidò al chierico
Orione e gli rimase fedele in continuità, specie nelle ore decisive per le
sorti della Congregazione. Celebrò la sua prima Messa il 29 giugno 1900 nella
natìa Staghiglione Don Orione gli tenne un discorso di circostanza che rimase
vivo nella memoria di quella buona popolazione.
Dal 1908 in Vaticano, fu per molti anni il
cappellano dei Palafrenieri nella loro chiesa di Sant'Anna. Ebbe incarichi di
fiducia, facendosi intermediario tra gli enti e il direttore Don Orione, tra
i dicasteri della Santa Sede e la Piccola Opera, la sua attività fu preziosa,
nel soccorso ai terremotati del 1915, a sveltire l'avvio degli orfani e delle
orfanelle nelle varie Case di Don Orione e del Beato Guanella, messe a
disposizione dei più bisognosi.
A Roma fu il primo Parroco di Ognissanti dal
1920 e vi rimase per molti anni. Fu anche il primo Procuratore e Postulatore
generale della Congregazione. Fu soprattutto religioso esemplare e
fedelissimo: visse dello spirito di Don Orione fin dai primi tempi,
ossequiente all'obbedienza con lui e con tutti i successori.
Se aveva nel carattere l'aspetto agreste,
semplice, non ben rifinito, aveva l'animo e il cuore formati a profonda
bontà. Di costumi illibati e tanto umili, edificava con la sua presenza e
conquistava, anche nelle maniere forti, perché in simili casi aveva il dono
di appressarsi per primo, senza chiedere scusa (che non c'era bisogno), ma
col tono cordiale, come di chi amando cede e si confida.
Nella cura d'anime, era assiduo al confessionale e confessava bene. Guidò
nello spirito Cardinali e Vescovi, sacerdoti e suore, professionisti e tanti
buoni fedeli d'Ognissanti e delle parrocchie vicine. Fu, in questo suo
ministero, così discreto, da svolgerlo con ogni segretezza e con delicatezza
somma. Se di qualcuno si seppe che si confessava abitualmente da lui, o in
chiesa o in casa o negli uffici, o anche al letto di morte, lo si seppe dalla
stampa o dai familiari, non certo da lui.
La parrocchia d'Ognissanti ebbe sempre popolazione
densa e, nelle feste, anche la partecipazione dei fedeli era densa, in tutte
le ore del mattino e del pomeriggio, fino all'ultima funzione della sera. In
tanto frastuono, Don Risi era a proprio agio: lui il centro e l'animatore
festoso, cordiale, sereno con tutti, pareva talvolta che imbrogliasse per
quella onnipresenza com'era alla distribuzione delle Palme, che impegnava un
po' tutte le associazioni maschili, messe a dipanare una ressa, dove l'ordine
e l'organizzazione avrebbero offerto agilità e scorrevolezza Don Risi era là,
a creare l'immediatezza col popolo, per togliere se appena emergesse ogni
senso di burocrazia e anche la minima distanza, fatto come uno di loro,
parlottava e questionava, occorrendo, pur di esaudire tutti, pur di risolvere
alla semplice ogni problema.
Era, questo, il metodo che usava coi poveri
della parrocchia. Ne aveva tanti, distribuiva a tutti pane, buoni-latte,
pasta, riso, buoni-minestra da ritirare dalle cucine economiche del vicino
Istituto San Filippo Neri, pur esso di Don Orione.
I fornitori saprebberro dire quanti
quintali di generi vari Don Risi acquistasse da loro, attraverso le dame e le
damine e i confratelli della San Vincenzo e in proprio, per distribuirli con
larghezza e avvedutezza, tramite le persone incaricate, ma non senza di lui.
Era presente a donare e dialogare con semplicità, senza dar lezioni
moralistiche, ma anche senza ometterle in caso di bisogno, come farebbe uno
di famiglia, con tutto il cuore e con tutto il buon senso e, insieme, con
discrezione, prudenza, sollecitudine, con carità e zelo sacerdotale.
La festa della carità, poi, era
celebrata in coincidenza con le feste patronali e in occasioni solenni:
sempre, tra i programmi, si doveva includere almeno una convocazione di tutti
i poveri, per un pranzo altrettanto solenne, consumato nella gioia comune di
tutta la famiglia parrocchiale. Egli pensava: se a pranzo si concludono gli
affari, anche i più importanti, solo un pranzo festivo poteva concludere la
sagra della carità: un affare che interessava tutta la famiglia parrocchiale.
E difficile capirlo per chi non sa quale fosse il suo stile e il modo di
condurre la cosa. In quel giorno di festa, il privilegio di servire i poveri
lo concedeva ai ricchi e alle signore del quartiere, che lo avessero
meritato.
Don Risi aveva il dono di sapersi
accaparrare anche i sacerdoti secolari, che erano nell'ambito della
parrocchia d'Ognissanti, e affidava loro incarichi di ministero, con tutta
fiducia, come se fossero di casa. Il Servo di Dio Don Gaspare Goggi, Mons.
Maurilio Silvani, Mons. Biagio Cipriani - così i Nunzi in Olanda e Colombia,
Mons. Beltrami e Mons. Paupini - svolsero in Ognissanti il loro prezioso
ministero con libertà d'iniziative. Non parlo dei laici che Don Risi ebbe
come collaboratori fedelissimi.
Ricordando tutti questi collaboratori,
unitamente ai sacerdoti della Congregazione, Don Risi traeva motivi per
umiliarsi con semplicità: «Sono stati loro - diceva -, che mi hanno risolto
tante difficoltà e hanno tenuto alto il prestigio della Congregazione in
Roma: che avrei potuto fare io da solo?».
Caro Don Risi! Faticò e lavorò non in
proprio, ma in solido; così da attrarre molti e farli ognuno compartecipe;
poi dei meriti, delle lodi e della gloria, tutto agli altri, che lavorarono
insieme e in collaborazione con lui: per sé nessun riconoscimento, ma solo
serenità di amore ad una vita di preghiera, cui restò fedele e come sacerdote
e come religioso.
Per sé l'impegno del Divino Ufficio -
anche se dispensato -, dei Rosari quotidiani, delle pratiche di pietà
dell'Istituto religioso; camminando incontro a Dio, col sorriso e con la
serenità festosa imparata da Don Orione e mai scordata, nei settant'anni di
vita religiosa e sessantacinque di sacerdozio.
La grande lezione di Don Risi nei
settant'anni della sua "fedeltà". - Dalla circolare del Direttore
Generale Don Giuseppe Zambarbieri del 1° aprile 1951.
Il 31 marzo, ad una settimana dalla santa
morte, il venerando Don Risi era con noi al Santuario della Madonna della
Guardia in Tortona, mentre la nostra "famiglia" tortonese si
trovava tutta raccolta nella funzione di suffragio per la sua anima
benedetta: ci pareva di vederlo piissimo, assorto, all'altare accanto al
Celebrante Don Ferretti, che gli fu per tanti anni diacono così devoto e
fedele: ci sembrava fosse seduto in mezzo a noi, con la sua bella testa
bianca un po' inclinata in avanti, la corona nella mano destra, il suo
breviario nella sinistra, mentre Don Sparpaglione parlava di lui, discorrendo
alla buona, per non turbare l'umiltà di chi ci è stato incomparabile maestro
di illibatezza e candore di vita, di pietà, di povertà, di ubbidienza,
soprattutto di fedeltà, come a Dio e alla Santa Chiesa, così come a Don
Orione e alla Piccola Opera.
Più che per un rito funebre, avevamo
l'impressione di esserci dato convegno per un congedo, quasi figliuoli di
tutte le età - noi sacerdoti e chierici, le buone suore, gli alunni del
Santuario, i bambini di Villa Charitas e del Piccolo Cottolengo, i parenti e
gli amici venuti da Staghiglione, il paese natìo - attorno al vecchio
Patriarca, che prima di partire voleva dirci le ultime sue parole e lasciarci
la sua benedizione.
Proprio come ad Ognissanti, la sera del
venerdì 26 marzo, prima che il Card. Cesare Zerba, rendendo merito a chi
tanto aveva onorato la diocesi di San Marziano, impartisse l'assoluzione al
tumulo. Anche allora ci pareva di averlo ancora vivo in mezzo a noi, il
carissimo Don Risi, e più che parlare di lui veniva spontaneo il bisogno di
ascoltarlo, di meditare i suoi esempi, i suoi insegnamenti...
Questa ora è di mestizia, per le prove che il
Signore ha permesso nel marzo del XXV di Don Orione; è di gaudio per i tanti
motivi di conforto venutici dalla materna Provvidenza di Dio: è, soprattutto
di salutare richiamo... Oh, il bene che verrà alle nostre anime se sapremo
riflettere a fondo sulle grandi lezioni che, nella sua modestia e semplicità,
Don Risi ci ha dato lungo tutta la sua esistenza, con un settantennio di vita
religiosa così esemplare, con sessantacinque anni di sacerdozio così virtuoso
e operoso! Abbiamo bisogno - per animarci a fedeltà nello spirito autentico
della Congregazione - di chi ci riveli come deve essere vissuto questo amore
a Don Orione e alla Piccola Opera. Il contemplarlo, tutto questo, in Don Risi
dovrà portarci a rinfrancare e approfondire le nostre convinzioni.
Aveva conservato un'anima di fanciullo... - Mi
piacerebbe tanto indugiare, particolarmente, sulla sua "anima di
fanciullo" che gli conferiva, a 88 anni, una trasparenza verginale e si
manifestava anche esteriormente attraverso quella distinzione, proprietà e
nettezza tanto ammirate da tutti, specie dai buoni fratelli coadiutori, che
si alternarono giorno e notte accanto a lui durante la malattia, mentre erano
rimasti sempre edificati dalle sue lunghissime soste in cappella, per quel
gran pregare che ormai costituiva la sua "missione"...
È la grazia che io domando in questi giorni al
Signore attraverso l'intercessione del caro don Risi, persuaso come sono che
ha raggiunto subito i nostri Servi di Dio in Paradiso, quando, alle ore 13,45
di mercoledì 24 marzo, dolcissimamente, senza un lamento o un rantolo, è
tornato al Signore.
Luminoso tramonto di una vita tutta dì
candore. - Cinquantasette anni innanzi, in quello stesso giorno, il venerato
Fondatore aveva dato inizio - per augusta volontà di San Pio X - alla sua
opera di bene nel quartiere Appio in Roma. Che aiuto generoso doveva avere,
come nel Servo di Dio Don Gaspare Goggi, così in Don Risi, che, nel nome di
Maria Ausiliatrice, per oltre un venticinquennio si prodigò come primo
parroco di Ognissanti, dimostrandosi Pastore dal cuore grande,
particolarmente aperto alle necessità dei poveri, dei bisognosi, e
sensibilissimo sempre alle angustie in cui versava la Congregazione,
considerata e amata come la più tenera delle Madri.
Sentivo ripetere nei giorni scorsi a Roma, dai
confratelli anziani e dai bravi uomini di Azione Cattolica di Ognissanti, gli
elogi che Don Orione ebbe a fare, più volte e pubblicamente, della generosità
di Don Risi; ma posso recare una testimonianza diretta, giacché ricordo bene
le frequenti lettere che arrivavano al nostro Padre dalla Parrocchia di
Ognissanti nel 1938, '39 e '40, quando ho avuto la grazia di trovarmi accanto
a Don Orione alla Casa Madre di Tortona. Rivedo la calligrafia caratteristica
di Don Risi, e non potrò dimenticare il sollievo che quelle buste recavano al
cuore del nostro Padre, né solo per gli aiuti che erano così preziosi in ore
di tanto bisogno, ma più ancora per il conforto, che doveva recare una così
generosa fedeltà... Quel suo tenersi sempre "disponibile" nelle
mani del Fondatore - dopo che, per primo, ancora seminarista, si era legato a
lui - e contento di essere quasi sballottato nel giro di pochi anni da una
parte all'altra d'Italia: da Mornico, a Roma, a San Remo, a Bagnoregio - dove
trovò il suo primo calvario di innocente (1904) - a Noto, nuovamente a
Tortona e poi ancora a Roma, cappellano al manicomio della Lungara e quindi
alla Chiesa di Sant'Anna: quella sua singolare umiltà e discrezione che gli
attirarono la fiducia di San Pio X, di Benedetto XV, di innumerevoli
Cardinali e Prelati che si valsero del suo ministero sacerdotale; quel suo
amore alla povertà che si esprimeva in atteggiamenti ed episodi (autentici
"fioretti"!) che rivelano quale solco seppe stampare Don Orione nei
suoi primi seguaci.
Dopo che, lasciata nel 1945 la Parrocchia
d'Ognissanti, aveva reso così preziosi servizi alla Piccola Opera come Consigliere
Generale, Procuratore e Postulatore, guadagnando alla nostra famiglia, presso
le Sacre Congregazioni, tanto prestigio e tanta fiducia.
Il 7 marzo ebbe il conforto indicibile
dell'incontro col Santo Padre, che, - in occasione della visita alla
Parrocchia di Ognissanti - indugiò amabilmente accanto a lui. Poi disse il
suo "Nunc dimittis...". La giornata del fedelissimo operaio, che
aveva sempre saputo così generosamente servire la Chiesa e la Congregazione,
poteva ormai tramontare, mentre continua in luce per noi, se -come ho tanta
fiducia - sapremo trarre profitto anche di questa grazia che il Signore ha
voluto farci lasciando vicino a noi, tanto a lungo, una così viva immagine
del Fondatore.
Il Venerabile Don Sterpi in una sua lettera
a Don Risi così rievocava gli anni lontani dell'inizio del lavoro dei
Figli dell'Opera ad Ognissanti di Roma:
«Sia lodato Gesù Cristo! - Diano Marina-Villa Cavo 30 ottobre 1945. Caro Don
Risi, la pace di Nostro Signore sia sempre con noi! Siamo ai Santi, e Voi
domani celebrate il 25° di Parrocchia: il grande chiesone, il suo lavoro di
accoglimento dei fedeli! - Che differenza fra l'attuale Chiesa e quella che
si aprì (1908) in quella povera stalletta, dove mi pare ora ci sia una
farmacia! Ora che la Parrocchia è di 20.000 anime, dopo che della primitiva
ne furono fatte parecchie, non c'è più bisogno di metterci alla porta a
tenere indietro i ragazzi che, mandati dai cattivi, invadevano la chiesa per
impedire che i veri devoti vi potessero entrare, e che uscivano quando le
funzioni erano già cominciate a fare il vuoto attorno al sacerdote che
celebrava! Allora, la Patagonia - così l'aveva classificata la santa memoria
di Pio X quella regione - constava di poche migliaia di fedeli ed i palazzi
non erano i grattacieli di ora, ma casupole di paglia e gli abitanti erano
sconosciuti fino alla Questura.
Quanto cammino in 25 anni! E Pio X vedeva
lontano e, vorrei dire, divinava lo sviluppo della regione. "Omnia ad
maiorem Dei gloriam". Ora che invita la gente ad entrare c'è quella cara
Madonna della Pietà, di cui voi conoscete molto bene la storia e che vive con
Voi la vostra vita parrocchiale. Di tutto sia lode a Dio e alla Madonna, ai
Papi - che ci hanno chiamati e sorretti e che hanno colmato, con la loro bontà,
le nostre deficienze -, al Direttore Don Orione, che, "venator
animarum", privo di mezzi, di persone, si lanciò al lavoro, fidando
nella Divina Provvidenza, poiché lavorava per le anime con missione
Pontificia.
E il campione per questo lavoro foste Voi, e
ve lo dico non per incensarvi, perché tutti sappiamo che ogni buona cosa ci
viene da Dio, datore di ogni bene, e che noi non siamo che guastatori delle
sue opere, ma, come la Madonna SS.ma nostra madre, col suo consenso ha dato
la vita a Gesù, Redentore del mondo, così Voi, ubbidendo a Don Orione, fidato
anche Voi nella Provvidenza e nella Madonna, siete stato strumento
intelligente e buono per il bene di tante anime.
Ringraziamo quindi insieme il Signore, la
Madonna, i nostri Santi Protettori, i Sommi Pontefici e i nostri Superiori
sia ecclesiastici che laici, tutti, e il nostro Padre Don Orione che Vi ha
assistito sempre, ma specialmente durante l'ultimo periodo di tante
difficoltà, e tutti i cari nostri Defunti, che pur essi hanno faticato in
detto campo.
Anche Don Biagio Marabotto ha voluto essere
tra questi, quasi a rappresentare i Polacchi, che hanno lavorato ad
Ognissanti. E mi pare che certamente sarà presente con lo spirito il venerato
Mons. Maurilio Silvani, che fu anche lui braccio delle prime ore e braccio
valido, che impresse, data la sua preparazione, un andamento speciale alle
Associazioni Cattoliche.
E del caro Mons. Cipriani, dobbiamo ricordarci
anche di lui. Cara figura! Certo dal Cielo intercederà per tutti i parrocchiani.
Non finirei più, se volessi nominare tutti. Anch'io spero - senza venir meno
all'ubbidienza del caro e venerato Visitatore, che possiamo chiamare secondo
Padre in Cristo - sarò presente in spirito alla Vostra Santa Messa. Avrei
intenzione, data la vicinanza tra qui e San Remo, dopo aver celebrato la
Santa Messa nella Cappellina della Casa, dedicata alla Madonna della
Misericordia, di andare a San Remo e là esporre il Signore per il tempo della
Vostra Santa Messa in ringraziamento al Signore delle grazie ricevute.
E Voi nella Santa Messa pregate per me, perché
possa essere paziente... Salutate il caro Don Piccinini, Don Parodi e tutti i
nostri e di tutte le case che vanno nei diversi uffici. Tengano sempre alta
la bandiera della Divina Provvidenza. Saranno sempre più amati, stimati e il
Signore li benedirà.
E se andate ai piedi del Santo Padre,
pregatelo per me di benedirmi, non per la salute materiale che è passeggera,
ma perché possa essere veramente successore di Don Orione. È una parola che
mi spaventa. Presto detto, ma i fatti...
Oremus ad invicem. Io benedico Voi tutti e Voi
benedite me. - Aff.mo in X.sto e nella Santa Madonna, - Don Carlo Sterpi».

1933. Don Risi assiste al lieto colloquio di Don Orione con Mons.
Boncompagni. Il 7 marzo 1965 Paolo VI celebra per la prima volta la S.Messa
in Italiano, visitando la Parrocchia di Ognissanti: Don Risi esprimeva alla
fine la gratitudine di tutti al Vicario di Gesù Cristo.
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La
grande lezione che Don Risi ci lascia nei settant'anni della sua «fedeltà»...
(don Giuseppe Zambarbieri)
A tutti i Figli della Divina
Provvidenza
Tortona, 1 aprile 1965
Carissimi in Gesù
Cristo, la pace del Signore sia sempre con noi!
Ad una settimana della santa morte, i! venerando Don Risi era con noi, ieri,
al Santuario della Madonna della Guardia mentre la nostra « famiglia »
tortonese si trovava tutta raccolta nella funzione di suffragio per la sua
anima benedetta: ci pareva di vederlo, piissimo, assorto all'altare, accanto
al Celebrante, Don Ferretti, che gli fu per tanti anni Diacono così devoto e
fedele; ci sembrava fosse seduto in mezzo a noi, con la sua bella testa
bianca un po' inclinata in avanti, la corona nella mano destra, il suo
Breviario nella sinistra, mentre Don Sparpaglione parlava di lui, discorrendo
alla buona, per non turbare l'umiltà di chi ci è stato incomparabile maestro
di illibatezza e candore di vita, di pietà, di povertà, di ubbidienza,
soprattutto di fedeltà, come a Dio e alla Santa Chiesa, così a Don Orione e
alla Piccola Opera. Più che per un rito funebre, avevamo l'impressione di
esserci dati convegno per un congedo, quasi figliuoli di tutte le età noi
sacerdoti e chierici, le buone suore, gli alunni del Santuario, i bambini di
Villa Charitas e del Piccolo Cottolengo, i parenti e gli amici venuti da
Staghiglione, il paese natìo attorno al vecchio Patriarca che prima di
partire voleva dirci le ultime sue parole e lasciarci la sua benedizione.
Proprio come ad Ognissanti, la sera del venerdì 26 marzo, prima che il Card.
Cesare Zerba, rendendo omaggio a chi tanto aveva onorato la diocesi di San
Marziano, impartisse l'assoluzione al tumulo. Anche allora ci pareva dì
averlo ancora vivo in mezzo a noi, il carissimo Don Risi, e più che parlare
di lui veniva spontaneo il bisogno di ascoltarlo, di meditare i suoi esempi,
i suoi insegnamenti...
E' quello che vorrei invitarvi o carissimi confratelli, in questa ora: che è
di mestizia, per le prove che il Signore ha permesso nel marzo del XXV di Don
Orione; che è di gaudio per tanti motivi di conforto venutici dalla materna
Provvidenza di Dio: che è, soprattutto, di salutare richiamo...
Oh, il bene che verrà alle nostre anime, se sapremo riflettere a fondo sulle
grandi lezioni che, nella sua modestia e semplicità, Don Risi ci ha dato
lungo tutta la sua esistenza, con un settantennio di vita religiosa così
esemplare, con sessantacinque anni di sacerdozio così virtuoso e operoso!
Abbiamo bisogno — per animarci a fedeltà nello spirito autentico della
Congregazione — di chi ci riveli come deve essere vissuto questo amore a Don
Orione e alla Piccola Opera. Il contemplarlo, tutto questo, in Don Risi dovrà
portarci a rinfrancare e approfondire le nostre convinzioni e forse anche a
rivedere con coraggio qualche punto di vista, qualche atteggiamento non del
tutto secondo il pensiero del venerato Fondatore. E' la grazia che io domando
in questi giorni al Signore attraverso la intercessione del caro Don Risi
persuaso come sono che ha raggiunto subito i nostri Servi di Dio in Paradiso,
quando, alle ore 13,45 di mercoledì 24 marzo, dolcissimamente, senza un
lamento o un rantolo, è tornato al Signore.
Luminoso tramonto di una vita
tutta candore.
Per le aggravate condizioni di salute, lo avevamo fatto trasportare al
Policlinico Agostino Gemelli, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, la
mattina del 17 marzo. Il 19, festa di San Giuseppe, il venerando Don Montagna
gli aveva amministrato l'Olio degli Inferni che Don Risi ricevette con
incantevole serenità e pietà, edificando ancora una volta non solo tutti i
Confratelli che riempivano la sua cameretta, ma i medici, le suore, le
infermiere, gli stessi degenti del reparto. Il 22 marzo, tornando da Genova
dove ero stato per la stupenda commemorazione di Don Orione tenuta da Sua Em.
il Card. Siri nella sala di Palazzo Ducale, gli avevo partecipato la speciale
benedizione del santo Padre, e si era fatto ripetutamente il segno di croce,
così devoto da sentirmene io stesso tanto commosso. Gli recavo anche — con il
pensiero dei confratelli di Genova, specie del nipote Don Giuseppe — i saluti
di Don Fiori e dei confratelli della Casa Madre di Tortona, del Santuario
della Madonna di Caravaggio, di Montebello, dove pure ero passato il giorno
di San Benedetto: era il richiamo della sua terra, e dovette suscitare tante
care memorie nell'animo: mi guardava con quei suoi occhi di fanciullo,
ringraziando, promettendo preghiere per tutti, offrendo ancora una volta la
vita per la Congregazione, per la santa Chiesa.
E riprese poi il suo intimo colloquio con il Signore, stringendo la grossa
corona dai lucidissimi grani (quella donatagli in anni lontani dalle buone
Suore Cieche), sempre paziente e sereno, sempre più edificante, oltreché per
il suo continuo pregare, per quel riserbo angelico, per quell'abbandono nelle
mani di Dio e la tenerissima fiducia in Maria SS., che gli scese incontro
proprio nei primi Vespri della festa dell'Annunciazione...
Cinquantasette anni innanzi, in quello stesso giorno, il venerato Fondatore
aveva dato inizio — per augusta volontà di San Pio X" — alla sua opera
di bene nel quartiere Appio di Roma. Che aiuto generoso doveva avere, come
nel Servo di Dio Don Gaspare Goggi, così in Don Risi, che, nel nome di Maria
Ausiliatrice, per oltre un venticinquennio sì prodigò come primo Parroco di
Ognissanti, dimostrandosi Pastore dal cuore grande, particolarmente aperto
alle necessità dei poveri, dei bisognosi, e sensibilissimo sempre alle
angustie in cui versava la Congregazione, considerata e amata come la più
tenera delle Madri. Sentivo ripetere nei giorni scorsi a Roma, dai
confratelli anziani e dai bravi uomini di Azione Cattolica di Ognissanti, gli
elogi che Don Orione ebbe a fare, più volte e pubblicamente, della generosità
di Don Risi. Ma posso recare una testimonianza diretta, giacché ricordo bene
le frequenti lettere che arrivavano al nostro Padre dalla parrocchia di
Ognissanti nel 1938, '39 e '40, quando ho avuto la grazia di trovarmi accanto
a Don Orione alla Casa Madre di Tortona. Rivedo la calligrafia caratteristica
di Don Risi, e non potrò dimenticare il sollievo che quelle buste recavano al
cuore del nostro Padre, né solo per gli aiuti che erano così preziosi in ore
di tanto bisogno, ma più ancora per il conforto che doveva recare una così
generosa fedeltà...
Aveva conservato un'anima di fanciullo...
Quante cose dovrei e vorrei ancora dire sul carissimo, compianto Don Risi:
quel suo tenersi sempre «disponibile» nelle mani del Fondatore (dopo che, per
primo, ancora seminarista, si era legato a lui) e contento di essere quasi
sballottato nel giro di pochi anni da una parte all'altra di Italia: da Mornico,
a Roma, a Sanremo, a Bagnoregio, a Noto, nuovamente a Tortona e poi ancora a
Roma, cappellano al manicomio della Lungara e quindi alla chiesa di S. Anna;
quella sua singolare umiltà e discrezione che gli attirarono la fiducia di
San Pio X, di innumerevoli Cardinali e Prelati che si valsero del suo
ministero sacerdotale; quel suo amore alla povertà che si esprimeva in
atteggiamenti ed episodi (autentici «fioretti»!) che rivelano quale solco
seppe stampare Don Orione nei suoi primi seguaci.
Mi piacerebbe tanto indugiare, particolarmente, sulla sua «anima di
fanciullo» che gli conferiva, a 88 anni, una trasparenza verginale e si
manifestava anche esteriormente attraverso quella distinzione, proprietà e
nettezza tanto ammirate da tutti, specie dai buoni fratelli coadiutori che si
alternarono giorno e notte accanto a lui durante la malattia, mentre erano
rimasti sempre edificati, dalle sue lunghissime soste in cappella per quel
gran pregare che ormai costituiva la sua «missione», dopo che lasciata nel
1945 la Parrocchia di Ognissanti, aveva reso così preziosi servizi alla
Piccola Opera come Consigliere Generale, Procuratore e Postulatore,
guadagnando alla nostra famiglia, presso le Sacre Congregazioni, tanto
prestigio e tanta fiducia.
Si temette di perderlo già nel febbraio, per la polmonite che lo aveva ancora
una volta colpito. Si riebbe: potè nuovamente alzarsi per la meditazione (era
tra i primi a scendere, sempre) e riprese a celebrare dal primo al 9 marzo,
dicendo ancora la Messa del giorno, favorito dalla buona vista che gli anni
non avevano offuscato. Il 7 marzo ebbe il conforto indicibile dello incontro
col Santo Padre, che in occasione della visita alla Parrocchia di Ognissanti
— indugiò amabilmente accanto a lui. Poi disse il suo «Nunc dimittis...».
La giornata del fedelissimo operaio che aveva sempre saputo così
generosamente servire la Chiesa e la Congregazione poteva ormai tramontare,
mentre continua la luce per noi, se come ho tanta fiducia sapremo trarre
profitto anche da questa grazia che il Signore ha voluto farci lasciando
vicino a noi, tanto a lungo, una così viva immagine del Fondatore.
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Il Giubileo Sacerdotale di
diamante del Rev.mo Postulatore Generale Don Roberto Risi
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